Volevo Solo Pedalare Alex Zanardi – Riassunto del libro

Alex Zanardi non voleva vincere contro la disabilità. Voleva pedalare. Questo libro racconta come un uomo ha trasformato una tragedia in una seconda vita, e cosa puoi imparare tu da quel percorso, oggi.

Alex Zanardi ci ha lasciati il 1° maggio 2026. Questo articolo è il mio modo di salutarlo come si deve: non con un necrologio, ma con la storia che lui stesso ha scelto di raccontare. Perché Alex non avrebbe voluto la pietà. Avrebbe voluto che tu aprissi il libro, che leggessi, e che il giorno dopo alzassi la mano.

Volevo solo pedalare di Alex Zanardi: la storia di un uomo che ha scelto la vita due volte

Alex Zanardi non ha vinto contro la disabilità. Ha vinto grazie a quello che era, prima, durante e dopo.

Questa è la cosa che il 90% dei titoli su di lui sbaglia. Ti raccontano la storia del pilota senza gambe che diventa campione paralimpico come se fosse una storia di rivincita sul destino. Come se prima dell'incidente ci fosse la vita vera, e dopo ci fosse il consolation prize.

Zanardi in Volevo solo pedalare ti smonta questa narrativa pagina dopo pagina.

Il libro, scritto con il giornalista Gianluca Gasparini nel 2016, un anno dopo i Mondiali di Nottwil e prima di Rio, non è un libro sulla disabilità. È un libro su come si costruisce una seconda vita quando la prima ti ha già insegnato tutto quello che dovevi sapere.

E sulla differenza tra fare le cose per vincere e farle perché ti rendono vivo.


"E adesso sotto con il resto"

Il libro precedente, del 2003, si chiudeva con quella frase: "E adesso sotto con il resto."

Volevo solo pedalare è quel resto.

Zanardi si sveglia in un ospedale di Berlino con entrambe le gambe amputate sopra il ginocchio. Otto arresti cardiaci. Tre giorni di coma. Sedici operazioni.

E il primo pensiero, lui lo racconta così, senza filtri, non è stato "come farò a vivere senza gambe?" Ma: "Come farò a fare tutto quello che voglio fare senza gambe?"

Non è una frase motivazionale da poster. È la struttura cognitiva di un uomo che ha deciso, in modo quasi brutale, di trattare il problema come un problema di ingegneria. Cosa ho? Cosa mi serve? Cosa devo costruire?

Quella distinzione, tra "come sopravvivo" e "come mi rimetto al lavoro", è la chiave di tutto il libro.


L'autogrill che ha cambiato tutto

Nel 2007, sei anni dopo l'incidente, Zanardi è fermo a un'area di servizio sull'Autostrada vicino a Savona.

Cerca l'ultimo posto disabili disponibile. Ci arriva in contemporanea con un altro. L'altro indietreggia, lo riconosce: è Vittorio Podestà, ex ciclista paralimpico, uno dei più forti in Italia.

Sul tetto dell'auto di Podestà c'è qualcosa di strano. Una specie di bicicletta a mano. Zanardi non sa neanche come si chiama. Passano un'ora a parlare.

Sei mesi dopo, Zanardi debutta alla Maratona di New York in handbike. Finisce quarto. E descrive quella giornata così:

"Avevo ritrovato emozioni che nel motorsport si erano trasformate in qualcosa di diverso… Ero nervoso."

Pensa a cosa significa. Un uomo che ha corso in Formula 1, che ha vinto due titoli IndyCar, che ha eseguito quello che tutti chiamano "Il Sorpasso" a Laguna Seca, si emoziona come un debuttante davanti alla Maratona di New York in handbike.

Non perché fosse umile. Ma perché aveva ritrovato qualcosa che credeva di aver perso: la sensazione di non sapere come va a finire.

Quella sensazione è carburante puro. E la maggior parte di noi la evita per tutta la vita.


La Lupella, l'Evro, e il metodo degli idioti

Zanardi non compra una handbike professionale. La costruisce.

Con carta millimetrata, trigonometria ricordata dalle medie, e i suoi meccanici Luca e Roberto ("Lupo"). La chiama Lupella.

Ha un difetto catastrofico: il sistema di sterzo, pensato come quello di un'auto, diventa instabile a velocità crescente. A Padova, durante una gara, Zanardi va a sbattere contro un muro a piena velocità.

Il medico della scuderia, il leggendario Dr. Claudio Costa, arriva in moto e lo trova che sanguina. Zanardi dice: "Claudio, a casa mia c'è un bambino che aspetta che suo padre arrivi." Ripartono. Finiscono la gara.

Poi costruisce l'Evro. Poi copia la geometria del campione del mondo Oscar Sanchez e scopre che la posizione corretta gli dà il 30% di potenza in più alla stessa frequenza cardiaca. Si chiama Podestà e gli dice: "Avevi ragione, sono un idiota."

Questo è il metodo Zanardi: provi, sbagli, capisci perché hai sbagliato, riconosci l'errore ad alta voce, ricomincia.

Non è umiltà performativa. È efficienza cognitiva applicata allo sport.

Ci sono persone che impiegano dieci anni a fare quello che Zanardi fa in una stagione, non perché siano meno intelligenti, ma perché non riescono a dire "avevo torto" senza sentirsi diminuiti.


Londra 2012: la medaglia più bella è il viaggio per arrivarci

Il 5 settembre 2012, a Brands Hatch, lo stesso circuito dove nel 1991 aveva fatto pole position in Formula 3000, Zanardi vince l'oro paralimpico nella crono con 45 secondi di vantaggio.

Gasparini, il co-autore, scrive: "Mi ricordo che non mi sono stupito."

Non perché fosse scontato. Ma perché aveva visto il lavoro. Il power meter. Il coach Francesco Chiappero che gli aveva "riordinato i cassetti." Il telaio costruito con Dallara. Il cuscinetto Campagnolo testato al velodromo di Montichiari per un guadagno di 0,2 km/h. Il casco da cronometro scelto per tre grammi di peso in meno.

Eppure, dopo l'oro, Zanardi descrive una sensazione strana:

"Come quando da ragazzo sei in vacanza ed è l'ultima sera prima di partire. Sei mano nella mano con una ragazza che hai conosciuto, bellissima, a vedere i fuochi d'artificio, però sai che lei il giorno dopo tornerà a Milano e tu a Bologna."

Avrebbe restituito le due medaglie per rivivere i due anni di preparazione. Non per masochismo. Ma perché il viaggio era stato più vivo della destinazione.

È una cosa che vale per tutto. Il problema non è che le persone non raggiungono i loro obiettivi. È che quando ci arrivano, si sentono vuoti, perché si erano convinte che il traguardo fosse il punto.

Zanardi lo aveva capito. E te lo dice senza sermoni.


Rio 2016: il piano contro l'istinto

Il libro si apre con la mattina del 9 settembre 2016. Ore 9:26. Zanardi è alla partenza della crono paralimpica a Rio.

Ha un piano. Un piano millimetrico. E lo rispetta anche quando il tabellone, dopo il primo giro, lo mostra 20 secondi dietro all'australiano Stuart Tripp.

Tutto dentro di lui urla di accelerare. Lui non lo fa.

Vince per 2 secondi.

Quando il masseur Mario Castello gli grida "Aho, pe' du secondi!", Zanardi capisce male e pensa che due italiani siano arrivati secondi. Quando vede il suo nome sul grande schermo: "Ma che cazzo dici?"

Genuina incredulità. Di un uomo che aveva pianificato ogni singolo secondo di quella gara.

Poi scende dal podio, si sente fisicamente male, e capisce: aveva compresso una tensione enorme per mesi. Il corpo stava scaricando.

Tre giorni dopo, nella staffetta mista con Podestà e Mazzone, produce il suo output di potenza più alto di sempre, 389 watt nei minuti iniziali, e l'Italia batte gli USA di 47 secondi nonostante un cane randagio che attraversa il percorso obbligandolo a frenare di colpo.

Sul percorso di rientro al villaggio olimpico si fermano al supermercato a comprare birra. "Correre insieme, condividere la fatica, moltiplica la gioia e lenisce la sofferenza."


Le 3 lezioni del libro che cambiano il modo di pensare

1. La domanda giusta trasforma il problema

Nel letto dell'ospedale di Berlino, Zanardi non si chiede "perché è successo a me?" Si chiede "come faccio adesso?"

Non è positività tossica. È rifiuto di spendere energia cognitiva in domande a cui non puoi rispondere. La differenza tra "perché" e "come" non è filosofica, è pratica. "Perché" ti tiene fermi. "Come" ti mette in moto.

Applicazione: La prossima volta che perdi un cliente, ti licenziano, o un progetto crolla, nota qual è la prima domanda che ti fai. Se è "perché mi è successo questo", riformulala immediatamente: "Cosa ho adesso? Cosa posso costruire da qui?"

2. Il piacere del processo batte la motivazione dell'obiettivo

Zanardi scopre l'handbike per caso, in un autogrill. Non aveva un piano. Non aveva un obiettivo olimpico. Ha trovato qualcosa che gli piaceva fare, e lo ha fatto fino in fondo.

La maggior parte dei libri sulla crescita personale ti dice di fissare obiettivi grandi. Il messaggio nascosto di Volevo solo pedalare è diverso: trova la cosa che ti rende così assorbito da dimenticare il tempo. L'obiettivo arriva dopo, quasi come effetto collaterale.

Applicazione: Pensa all'ultima volta che hai perso il senso del tempo lavorando a qualcosa. Cos'era? Quanto ci investi oggi rispetto a quanto ti senti dovrebbe piacere?

3. "Avevi ragione, sono un idiota" è una competenza rara

Zanardi chiama Podestà per dirgli che aveva ragione sulla geometria della bici. Non lo fa in privato, in modo sommesso. Lo dice chiaramente: "Avevo torto."

In 20 anni di lavoro con persone ad alto rendimento, Gasparini scrive che questa è la cosa più rara che ha visto: la capacità di aggiornare le proprie convinzioni velocemente e senza costo emotivo.

Non è un talento innato. È un'abitudine. E come tutte le abitudini, si costruisce con la pratica.

Applicazione: Questa settimana, trova una convinzione che porti avanti da almeno 6 mesi. Cerca attivamente evidenza che ti dimostri il contrario. Se la trovi, aggiornati. Ad alta voce, se puoi.


Il Sorpasso di Laguna Seca e la tattica dell'intelligenza emotiva

C'è una scena nel libro che va oltre il ciclismo e il motorsport.

È il 1996, ultima gara della stagione IndyCar a Laguna Seca. Zanardi è in testa alla classifica ma deve vincere. Bryan Herta ha la pole e guida la gara. All'ultimo giro, alla Corkscrew, una delle curve più tecniche al mondo, Zanardi sorpassa dall'interno in modo apparentemente impossibile.

Quella manovra è diventata "Il Sorpasso", cercala su YouTube, esiste ancora.

Ma Zanardi racconta come ci è arrivato: non istinto puro. Aveva analizzato la psicologia di Herta per diversi giri. "Bryan Herta non ha mai vinto una gara in IndyCar, è l'ultima gara della stagione, sta pensando ai titoli dei giornali. Sarà prudente."

Aveva costruito un modello mentale del suo avversario. E lo aveva usato per prevedere il suo comportamento con sufficiente precisione da rischiare una manovra che nessuno aveva mai provato.

Questo non è coraggio. È intelligenza tattica. Ed è trasferibile ovunque, in una trattativa, in una conversazione difficile, in un lancio di prodotto.

Il coraggio senza informazioni è solo imprudenza.


A chi è utile questo libro (e a chi no)

Leggilo se:

  • Stai affrontando una transizione di vita e cerchi qualcosa di concreto, non di consolatorio
  • Hai bisogno di ricalibrare il tuo rapporto con l'errore e il fallimento
  • Sei nel mezzo di un progetto lungo e hai perso il senso del perché lo stai facendo
  • Vuoi capire come funziona il pensiero tattico applicato alla vita reale

Non è il libro per te se:

  • Cerchi un framework sistematico con step numerati da seguire
  • Vuoi un libro di auto-aiuto classico con esercizi e checklist
  • Il motorsport e il ciclismo ti lasciano completamente indifferenti

La scrittura alterna la voce di Gasparini (giornalista, osservatore esterno) e quella di Zanardi (prima persona, immediata, spesso ironica). Il ritmo è cinematografico. Non è un libro difficile, si legge in 4-5 ore.


Le citazioni che porto con me

"Come farò a fare tutto quello che voglio fare senza gambe?"
— La prima domanda di Zanardi al risveglio. Non "come sopravvivo?" ma "come mi metto al lavoro?"
"Correre insieme, condividere la fatica, moltiplica la gioia e lenisce la sofferenza."
— Dopo la staffetta di Rio con Podestà e Mazzone.
"Mi sarebbero serviti i due anni precedenti più delle medaglie."
— Dopo l'oro di Londra. Il viaggio era il punto, non il traguardo.
"Se toccasse a me giudicare? Sono partito da un garage di Castel Maggiore sognando di diventare pilota di F1 e ci sono riuscito. È più figo quello."
— Sul confronto tra la prima e la seconda vita. Spoiler: preferisce entrambe.
"La mia felicità è poter andare nel capanno in cui tengo le bici, trafficare su ruote, cambi e catene, ragionare su un'idea che ho in testa e mettermi al lavoro per realizzarla."
— Cosa lo rendeva davvero felice. Non i podi. Il processo.

Un protocollo pratico in 4 passi (ispirato al metodo Zanardi)

Zanardi non ha mai detto "fai così". Ma dall'arco del libro emerge un pattern ripetibile:

Passo 1, Sostituisci "perché" con "come"
Quando succede qualcosa di brutto, blocca il primo impulso a cercare colpe o cause. Chiediti immediatamente: "Cosa ho adesso? Cosa posso costruire da qui?"

Passo 2, Trova la cosa che ti fa dimenticare l'ora
Non l'obiettivo. L'attività. Identifica cosa ti mette in quello stato di flow incurante del tempo. Investici almeno 30 minuti al giorno, anche se non sai ancora dove ti porta.

Passo 3, Costruisci il ciclo errore → riconoscimento → aggiornamento
Ogni settimana, identifica una cosa che hai sbagliato. Dilla ad alta voce (a te stesso, a un collega, a un partner). Non per autopunizione, per velocizzare il ciclo di apprendimento. Zanardi chiamava Podestà. Tu puoi tenere un journal.

Passo 4, Studia la psicologia dell'avversario/ostacolo
Prima di ogni mossa difficile, costruisci un modello mentale di chi hai di fronte. Non per manipolarlo, per capire il suo frame e muoverti con precisione invece che con forza bruta.


FAQ

Chi era Alex Zanardi?
Alex Zanardi (Bologna, 1966, 2026) è stato pilota automobilistico in Formula 1 e vincitore di due titoli IndyCar (1997–98). Nel 2001, durante una gara al Lausitzring, perse entrambe le gambe in un incidente. Tornò alle corse con BMW nel WTCC e poi al ciclismo paralimpico, vincendo 4 ori e 2 argenti tra Londra 2012 e Rio 2016, più 8 titoli mondiali.

Di cosa parla "Volevo solo pedalare"?
È la seconda autobiografia di Zanardi, scritta con il giornalista Gianluca Gasparini nel 2016. Copre il periodo dal 2003 al 2016: il ritorno alle corse in auto, la scoperta casuale dell'handbike in un autogrill, il percorso verso le Paralimpiadi di Londra 2012 e Rio 2016, e una riflessione finale sul senso dello sport e della vita.

Qual è il messaggio principale del libro?
Che la resilienza non è eroismo, è un metodo. Zanardi mostra come si costruisce una seconda vita attraverso curiosità, disponibilità all'errore e capacità di trovare piacere nel processo invece che solo nel risultato.

Quanto tempo ci vuole a leggere "Volevo solo pedalare"?
Circa 4-5 ore di lettura sostenuta. Il ritmo è narrativo e cinematografico, non è un testo denso. Si può leggere anche in due sessioni nel weekend.

È un libro solo per sportivi?
No. Il contesto è sportivo ma le lezioni sono universali. È utile per chiunque stia attraversando una transizione importante o cerchi un modo concreto di ripartire dopo un fallimento.


Dove trovarlo

Il libro è disponibile su Amazon.it (cerca "Volevo solo pedalare Zanardi") e nelle librerie italiane.


Se vuoi approfondire

  • Il Sorpasso di Laguna Seca (1996), cerca "Alex Zanardi The Pass Laguna Seca" su YouTube. Due minuti che valgono più di mille citazioni motivazionali.
  • Il ritorno al Lausitzring (2003), Zanardi torna a completare i 13 giri interrotti dall'incidente, su invito degli organizzatori. La clip è su YouTube.
  • L'Ironman di Kona (2014), Zanardi completa il percorso intero in meno di 10 ore. Senza gambe. La diretta streaming è parzialmente disponibile online.
  • Sfide (RAI 3), il programma TV che Zanardi conduce dal 2012, su persone che si sono reinventate dopo avversità. Disponibile in archivio su RaiPlay.

Per andare più a fondo sui temi del libro, come costruire abitudini resilienti e imparare a gestire i fallimenti senza bloccarsi, ho raccolto quello che so in un percorso pratico che puoi iniziare da subito. Se non sei ancora iscritto alla newsletter, è il punto di partenza.


Alex Zanardi, 1966–2026.
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